LA TORRETTA
Per chi passa
dall’autostrada o seduto su di un treno della linea Lucca Firenze, quella
rotondità alle spalle del paese di Porcari è una collina. Per i porcaresi è La
Torretta.
Quasi un
prolungamento delle Pizzorne, una cresta di colline ricoperte da boschi di pini,
corbezzoli e di querce, termina, come in un ultimo sussulto, con questa
piacevole rotondità. Impreziosisce la vista quella bianca chiesa con campanile
a mezza costa, quelle terrazze verdi, quelle macchie di canne palustri così
strane a due terzi dell’altezza della collina, quel prolungare del bosco che
sta invadendo lo spazio aperto, quei colori che cambiano con l’alternarsi delle
stagioni. Il cucuzzolo, rotondo come un seno, porta, appunto come ultima punta,
quasi un capezzolo, una piccola costruzione detta la “casina della Torretta”.
Il Comune ha iniziato un’opera di conservazione della casina in attesa di
stabilire a cosa destinarla. Per i porcaresi quella piccola costruzione ha già
una sua destinazione: quella di essere il simbolo della loro origine, del loro
abitare. E’ impensabile un Porcari senza la Torretta e senza la casina. Che sia
chiusa, che dentro non ci sia niente, questo è del tutto marginale, tutti
credono che questa collina debba essere preservata da speculazioni che hanno a
che fare con i mattoni ed il cemento e sperano che la bava dell’ingordigia
umana non la vada a contaminare.
La Torretta è stata
sempre un fulcro importante di questa comunità. Abbiamo riscontri certi di un
castello che occupava la sua sommità già alla fine del primo millennio. Non un luogo cavalleresco come ci tramandano
le fiabe ambientate nel tardo medioevo, ma un agglomerato di case fortificate,
riunite tanto da formare un castello o meglio un “castrum”. La collina sotto di
esso era aspra e rude, con carbonaie (dispositivi di difesa) e strapiombi forse
creati ad arte. Sappiamo di una torre che doveva essere o dentro il castello o
subito fuori e da questa forse deriva il nome di Torretta. Una parte dei
porcaresi abitava la sommità, mentre altre famiglie avevano creato un altro
borgo forse in luogo Poggetto. C’erano tre chiese.
Al castello si
arrivava da nord. A Rughi, frazione a nord di Porcari, appunto, c’era un
importante snodo viario: c’era la diramazione della Cassia, sicuramente vi
passava la Francigena, o meglio dopo l’anno mille la strada più importante che
comunicava questi luoghi, ovvero quella poi definita Francigena, passava da
Rughi e transitando da Porcari, raggiungeva Altopascio per poi proseguire
attraverso le Cerbaie verso San Miniato, verso il Senese. Ovviamente la
Francigena insisteva su vecchie strade, su tracciati che evitavano le paludi, percorsi
che erano sicuramente i più brevi e i più sicuri (dal punto di vista stradale,
non sociale) scansando i tratti che nel tempo si erano deteriorati al punto da
non permettere un passaggio agevole. Questo ci viene detto anche dal fatto che
i pellegrini intorno all’anno mille che volevano raggiungere Roma, giunti a
Carrara, poi Pietrasanta, invece di continuare sulla più facile e diritta Aurelia
deviavano prendendo per Camaiore per poi raggiungere Lucca. Venivano
traghettati sul Serchio dalla Nave di Eriprando proprio a … Nave. I motivi,
oltre a quelli religiosi (visitare i luoghi che si ritenevano santi o che
custodivano le spoglie o i misteri dei santi) comprendevano anche motivi
logistici come evitare le paludi che a partire dalla Maremma si incontravano
sulla via di Roma. Importante è da notare che nel tempo le riparazioni, se
riparazioni venivano fatte, avevano delle regole, una larghezza, delle pietre
lunghe e strette che dovevano delimitare, le pietre del selciato, prima grosse
perchè così erano utili per far passare i pesanti carri delle Legioni, venivano
sostituite da ciottoli più piccoli che erano meglio calpestati dai cavalli.
Dunque Porcari si
trovava sulla traiettoria di quella strada importante che passava, come dicevo,
a nord della Torretta. Raggiungeva il castello con una deviazione breve sul
crinale di questa collina. Per proseguire il pellegrino tornava sui suoi passi
e dopo aver costeggiato o attraversato il borgo scendeva verso il Turchetto,
dove, in località la Tazzera si trovava un ospizio od ospedale.
Durante la Porcari
Corre, il partecipante giunge sulla Torretta percorrendo il tragitto dei vecchi
pellegrini, se non proprio il solito viottolo. Immaginate per un momento di
ritornare indietro nel tempo, di salire fra le querce e i corbezzoli verso la
sommità della collina, con il castello che faceva bella mostra di se, che incuteva
paura o forse diffidenza, con le tegole di terracotta di diverso colore (questo
a causa della loro età, delle riparazioni continue che venivano fatte a seguito
delle ininterrotte battaglie che lo coinvolgevano). Lucca si preoccupava di
queste continue manutenzioni e se ne assumeva l’onere: il castello di Porcari
era troppo importante per difendere la città, come era importante per il suo
vettovagliamento. Porcari era il fornitore di carne, che allora era in
prevalenza suina, della città. Immaginate branchi di porci che si aggiravano
allo stato semi-brado frugando fra il sottobosco per trovare ancora una
ghianda, le chiassate dei porcari che li richiamavano per rinchiuderli nei
rifugi notturni. Immaginiamo le fioche luci, i fuochi, le urla delle sentinelle
sopra i loro camminamenti, il puzzo che distingueva il popolo medievale e i
loro insediamenti, il guardiano che ti doveva far passare, perché qualcuno
doveva pure sbarrarti il passo. Il castello visse fino a che fu utile a Lucca e
quando la decadenza, aiutata dalle epidemie e dalle guerre, giunse al suo
culmine la consorteria dei Porcaresi si costruì magioni sempre degne, ma più in
basso.
Girando intorno al
castello, trovavi la torre di avvistamento, piccola, ma alta, in pietra,
qualcuno da sopra ti dava una voce, voleva sapere, ti diceva cose inconsuete,
sbadigliava allontanando la noia. Tutto allora era pulito davanti a te, a
destra in lontananza Lucca con le sue mura romane o forse con le prime
medievali, a sud bianca e luminosa acqua o verdi acquitrini, fosse dritte che
andavano verso il lago, persone, che con lunghe pertiche spingevano barchini,
controllavano le nasse o i “bertuelli” come qui le chiamano. A sinistra una
distesa collinare verso Altopascio. Tanto verde, tanto vuoto, solo natura, solo
terra e acqua e cielo.
Ci sovviene
l’attuale: un insieme di fabbriche, case, casermoni e cemento, strade
d’asfalto, la ferrovia, l’autostrada, fumi, ciminiere. Ma niente puzzo di
maiali, di escrementi, di concime, di sudore.
Si può
trotterellare verso il basso, ora, meravigliandosi della Chiesa parrocchiale,
degli smerli del suo campanile, del tetto della Villa Grassini, detta da tutti
Mennoni.
E i partecipanti
alla Porcari corre, passeranno dal Poggetto, scendendo verso il paese e qui si
affolleranno nel Vicolo Toschi, anche questo con tutta la sua storia, con sopra
di se il bianco campanile, imponente.
Attraversata la
strada, un’occhiata alla bella piazza Felice Orsi, al Palazzo Stringari, sede
del Comune, al Palazzo di Vetro della Fondazione Lazzareschi.
IL festoso vociare
dell’arrivo confonderà la mente, la gioia dell’impresa, il piacere di un
ristoro porterà la mente su altre vicoli.
Ma al momento del
salire in macchina, un’occhiata verso la Torretta, verso quell’insieme
multicolore di maglie che scendono ancora nelle tante varietà di verde, ci
porterà a trovare anche noi una nostra identità, una nostra collocazione nel
tempo, nella storia.
Andrea Bartalesi